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Il Centro Diurno "Tanti Agnelli" non era un posto qualsiasi. Era un microcosmo di energie adolescenziali represse, un regno sacro dove le chitarre stonate erano scettri, le partite a calciobalilla questioni di stato, e il barattolo di Nutella, custodito nell'ufficio, il Sacro Graal da conquistare con moine e buoni voti. Era un caos ordinato, protetto da porte che non chiudevano mai a chiave, perché la fiducia era l'unico vero antifurto. La mattina del ritrovamento, l'educatore di turno, Giulio, si fermò sulla soglia, come Mosè davanti al Mar Rosso... solo che il mare si era ritirato lasciando una scena apocalittica. Non un furto, ma una visita. Una visita di ospiti molto maleducati, con un gusto particolare per i grissini.
La finestra del bagno, piccola e insignificante, era stata sacrificata. Una porta mostrava le sue fibre legnose, come ferite di guerra. La cassaforte, però, era lì, intatta e quasi offesa: "Non valevo nemmeno la pena?", sembrava dire. I computer, i cellulari, persino i pochi contanti giacevano intatti. Il crimine perfetto, ma eseguito da uno sceneggiatore ubriaco. La Polizia, chiamata d'urgenza, si trovò di fronte al caso più destabilizzante della loro carriera. «Allora, ricapitoliamo», disse l'ispettore Valeriotto, taccuino alla mano, lo sguardo perso nel vuoto. «I soggetti sono entrati forzando una finestra, hanno ignorato beni di valore, hanno dichiarato guerra a una porta, hanno fatto un tentativo di stile su una cassaforte per poi arrendersi, e hanno infine consumato uno spuntino.»
«Un aperitivo», corresse Giulio, osservando i calici della chiesa, usati per del vino di dubbia qualità. «Hanno fatto un aperitivo. Con accompagnamento musicale.» Indicò le chitarre, spostate ma non rotte, come se qualcuno avesse tentato un assolo rock prima di dedicarsi alla Nutella. Fu allora che emerse il dettaglio più sublime: accanto all’armadio violato, una piccola lettera di ringraziamento scritta da una tirocinante di Scienze dell’educazione. Non rubata, ma letta.
«Aspetti, mi sta dicendo», l'ispettore si passò una mano sulla fronte, «che questi non hanno pagato la Nutella?» La teoria divenne realtà: non erano ladri. Erano critici gastronomici notturni. Erano dei disperati del dopo-discoteca, guidati da un desiderio primordiale di zucchero e grassi idrogenati. La loro era una missione epicurea, non criminale. La cassaforte era stata un ostacolo noioso, i computer roba da secchioni.
Loro volevano solo il crimine vero, il rito collettivo dell'intingere il grissino, reso trasgressivo dal fatto di farlo seduti sulla scrivania del coordinatore, usando i calici consacrati per brindare alla loro bravata. La maniglia sporca non era una negligenza, era una firma. La "Firma di Nutella". Quando i ragazzi del centro arrivarono, non videro una violazione. Videro una leggenda. «Hanno suonato le nostre chitarre?» «Hanno bevuto nel vino della messa?!»
«Avanti, erano dei duri!»
Quella notte, il centro era stato "battezzato" da un rito di passaggio assurdo e collettivo. Giulio capì e l’ispettore Valeriotto meno. Avevano sempre cercato di insegnare ai ragazzi le regole, il rispetto, il confine tra bene e male. E quei misteriosi visitatori notturni avevano fatto esattamente il contrario: avevano mostrato, in modo grottesco e folle, che il confine è più sfumato di quanto si creda. Che a volte la trasgressione non è per il male, ma per un grissino. Che si può essere "cattivi" senza essere malvagi, solo tremendamente, umanamente, stupidi. Non sempre chi infrange le regole è un ladro. A volte, è solo un animale sociale affamato di dolce e di avventura, che in fondo ha lasciato i soldi. Il Centro Diurno non era stato violato. Era stato promosso a locale notturno di tendenza. E da quella giorno, il barattolino di Nutella, grissini e the non fu più lo stesso: era un cimelio, un tesoro che aveva resistito all'assedio dei buongustai vandali.